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sabato 25 ottobre 2014

SEMINARIO: La medicalizzazione (e psichiatrizzazione) della vita - Alessandro Ricci

Nell'ambito del ciclo di seminari dal titolo “Non conformi – tracce per una critica della normalità”, sabato 25 ottobre si è tenuto a Verona il primo incontro.
Sotto il titolo “La medicalizzazione (e psichiatrizzazione) della vita”, il dottor Ricci ci ha accompagnati in un percorso all'insegna del pensiero critico sul tema della malattia e della normalità, seguendo le tracce di alcuni autori e delle loro rispettive opere.

- Ivan Illich
Il seminario è iniziato dalle riflessioni di Ivan Illich. La sua tesi principale è che la medicalizzazione della vita rappresenta la più pericolosa minaccia alla salute degli individui, da lui nominata “iatrogenensi”. Questo è infatti l'incipit di “Nemesi medica”: “La corporazione medica è diventata una grande minaccia per la salute.”
Mentre prima dell'insorgere dell'istituzione medica, ciascuno provvedeva da solo, con le conoscenze della comunità di appartenenza, alla gestione del proprio malessere e della propria malattia, oggi è diventato impossibile sottrarsi allo sguardo medico, e il rifiuto della cura viene considerato una forma di devianza, qualcosa che prelude all'isolamento sociale. E' quindi necessario dividere “sanità” e “salute” in modo molto netto.
E' evidente d'altra parte l'effetto totalizzante della diagnosi medica, e soprattutto della diagnosi psichiatrica: la diagnosi inchioda ciascuno e lo fa diventare altro da sé, un processo di sdoppiamento in cui si viene oggettivati dall'occhio medico (e parallelamente auto-oggettivati da parte di se stessi), in cui si viene espropriati della propria capacità di soggettivare persino il proprio dolore.
Quanto più le istituzioni gestiscono la nostra vita in modo diretto e industriale, tanto più aumenta la mancanza, quanto più aumenta l'offerta, tanto più ci accorgiamo che l'obiettivo non è più raggiungibile. Il tutto si riduce a un formidabile sistema di assoggettamento e di privazione della libertà. Detto ciò, è importante rendersi conto che siamo tutti immersi in questo sistema e che non possiamo farne a meno, ma che tuttavia dobbiamo anche criticarlo e sviluppare un pensiero critico: il soggetto è portato normalmente alla creatività e alla convivialità (nel senso di condivisione e comunanza), all'autonomia e alla libertà.
Da ciò consegue il tema dell'affrontamento del dolore e dell'affrontamento della morte: il primato della tecnica sottrae all'umanesimo il tema del dolore e della morte, due questioni sì naturali, ma anche culturali: ogni gruppo sociale, ogni comunità, ha imparato e sviluppato sistemi di affrontamento del dolore e della morte peculiari e funzionali, con lo scopo che la società possa sopravvivere a se stessa.
Diviene importante per ciascuno recuperare quelle opportunità di senso che la malattia può rappresentare nella storia di ognuno.


- Georges Canguilhem
Altro autore di riferimento nella discussione è stato George Canguilhem. Maestro di Foucault, nella sua opera “Il normale e il patologico” espone una critica stringente ad entrambi i concetti: continuamente, si entra e si esce dallo stato patologico, per cui definire lo stato di sano e di malato diventa impossibile. La normalità fisiologica non corrisponde allo stato di salute. Esiste una “polarità dinamica” in cui salute e malattia si confondono continuamente, e il soggetto malato è contemporaneamente portatore di entrambe le istanze.
Emerge il concetto di malattia come “errore”, di malattia originata da una casualità combinatoria, e di come questo cambi profondamente il rapporto con la malattia e con se stessi.
Inoltre, sottolinea la questione del bisogno di malattia: “il disturbo che nasce alla lunga dalla permanenza dello stato normale, la malattia che nasce dalla privazione di malattie … bisogno di malattia come prova della sanità … la minaccia della malattia è uno degli elementi che costituiscono la sanità.”


- Michel Foucault
Secondo Foucault, come individui, non possiamo sottrarci all'idea che ci sia un “normale” e un “non normale”, è nelle nostre categorie mentali, noi dividiamo il mondo in queste due categorie. Questo è un assoggettamento a cui non sappiamo sottrarci, ma che dobbiamo perlomeno problematizzare.

- Franco Basaglia
E' in questi temi che nell'esposizione si è inserito Franco Basaglia: l'utopia non l'ha solo pensata, ma l'ha fatta diventare pratica. Secondo lui l'istituzione del manicomio doveva essere distrutta: dovevano essere messi in crisi i suoi rappresentanti (soprattutto i medici) e la trasformazione di sé era in questo senso fondamentale per realizzare il cambiamento. Bisognava mettere tra parentesi la malattia e ritrovare l'uomo. Il trasformare se stessi mettendosi in crisi, l'essere imperfetti come fondamento della relazione con l'altro, esprime anche l'importanza del collettivo. La trasformazione di se stessi è la minima partenza per trasformare il reale. Basaglia, inoltre, era convinto che, avviato il processo di superamento dei manicomi, bisognava contaminare anche gli ospedali normali perché capiva che la prosecuzione naturale del discorso era quello.
Quale può essere dunque l'alternativa alla medicalizzazione diffusa? Emerge quindi il concetto di “clinica del legame sociale”, ossia “assunzione di una funzione terapeutica versatile adatta a mettersi accanto alla persona per accompagnarla nella comunità, lavorando sulle relazioni, sugli scambi, sulla rottura dell'isolamento e sulla inclusione, sulla negoziazione e sulla verbalizzazione dei conflitti: in definitiva, sulla crescita del capitale sociale di tutta la comunità.” (Colucci, “aut-aut” 340).
L'imperfezione suggerita da Basaglia non è ingenuità né grossolanità, ma il contrario: è una rinuncia consapevole. L'intento è mettere continuamente a confronto la società con i propri resti, e riappropriarsi del senso della propria malattia: i resti diventano risorse della comunità.

- Franca Basaglia
Chi maggiormente si era occupato di questi temi è stata la moglie di Basaglia, Franca, in particolare nel suo testo “Salute e malattia”. Franca Basaglia scriveva: “la malattia può acquistare significati diversi, diventando una risposta a ciò che la vita non è o non dà.” E ancora: “per noi, per la nostra cultura, la malattia è morte perché la vita continua ad essere rappresentata solo dalla salute assoluta.”


Gli spunti di riflessione conclusivi ci sono giunti dai meno noti Ehrenberg e Rose.

- Alain Ehrenberg
Ehrenberg approfondisce il tema della depressione per aprire una discussione sulla psichiatrizzazione della vita. Nel suo libro “La fatica di essere se stessi” l'autore si interroga sull'espansione della patologia depressiva negli ultimi anni e in che modo ci può rivelare i mutamenti dell'individualità dal secolo scorso.


- Nikolas Rose
Rose argomenta nel suo libro “La politica della vita” come l'investimento sulla medicalizzazione e sulla psichiatrizzazione non sia solo economico, ma anche politico, e su quanto sia facile il passaggio dall'aspetto scientifico a quello politico.



La "critica della normalità", il filone conduttore di tutto il ciclo di seminari, può sembrare un concetto antiquato, ma l'interesse nel riproporlo consiste non nel ritorno a una realtà storica e culturale già passata, bensì nello stimolare un rapporto migliore con la storia recente. E per restituire alle storie personali il senso di appartenenza comune, solidale e consapevole.

sabato 13 settembre 2014

Follia e modernità - Louis A. Sass

Il 13 settembre presso la Scuola di Psicoterapia e Fenomenologia Clinica a Firenze è stato ospite il prof. Louis A. Sass che ha presentato il suo testo “Follia e moderntà – La pazzia alla luce dell’arte, della letteratura e del pensiero moderni”. Il prof. Sass insegna psicologia clinica presso la Rutger University (New Jersey) e svolge un’attività di ricerca che include un interessamento all’intersecarsi della psicologia clinica con la filosofia, l’arte, gli studi letterari e culturali.

La giornata, moderata dal prof. Giovanni Stanghellini, è iniziata con un’introduzione del prof. Arnaldo Ballerini presentando una descrizione magistrale del mondo schizofrenico, la “perdita dell’evidenza naturale”, e di come “il quotidiano, i vari modi di essere nella quotidianità, e addirittura la presenza corporea, sembrano quasi cessare di esistere, allorché non esiste quasi più il mondo degli altri esseri umani”. Fino a come alcune caratteristiche delle schizofrenia possono essere rievocate in taluni aspetti del modernismo e del postmodernismo in cui, dice Ballerini, “l’Io si libera dalle normali forme di coinvolgimento nel mondo e nella natura”.

Così, anche il prof. Sass nel prologo del suo libro si domanda: [nell'immaginario occidentale] “Quasi sempre la follia comporta un mutamento dall'umano all'animale, dalla cultura alla natura, dal pensiero all'emozione, dalla maturità al puerile e all'arcaico. [...] E se la follia, almeno in alcune sue forme, dovesse derivare da un'intensificazione piuttosto che da un offuscamento della consapevolezza cosciente, e fosse un'alienazione non dalla ragione, ma dalle emozioni, dagli istinti e dal corpo?" Una visione quindi che non considera la follia come perdita delle razionalità, perdita della “ragione” come sintesi delle facoltà intellettive superiori, ma piuttosto come iper-razionalismo e iper-riflessività.  "[...] la schizofrenia comporta davvero, in realtà, una sorta di morte-in-vita, sebbene non del tipo generalmente immaginato: perché ciò che muore in questi casi non è tanto l'anima razionale quanto quella passionale, non tanto gli aspetti mentali del proprio essere quanto quelli fisici ed emozionali; questo provoca un distacco dai naturali ritmi del corpo e l'intrappolarsi in una sorta di vigilanza morbosa o ipercoscienza", prosegue Sass nel prologo del suo libro. E così "[...] gradualmente emerge una delle grandi ironie del pensiero moderno: la follia della schizofrenia - così spesso immaginata come antitetica al malessere moderno, pur offrendo una fuga potenziale dai suoi dilemmi di ipercoscienza e autocontrollo - può, in realtà, essere un'estrema manifestazione di quella che, in sostanza, è una condizione molto simile."

Durante la mattinata, il prof. Sass ha esposto tali peculiarità della schizofrenia concentrandosi anche sull’aspetto linguistico dei pazienti schizofrenici, in quanto “le anormalità linguistiche tipiche della schizofrenia appaiono riflettere molti dei cambiamenti strutturali sottostanti nella soggettività”, “ritrovando [rispetto alla mania e alla melanconia] una più completa alienazione dalla realtà del senso comune e dal significato della normale conversazione”. In questo senso, fa un’analogia  con la poesia: dice Sass “la poesia è tutta iper-riflessività, ha a che fare con il suono delle parole, non è il parlare di un essere umano ad un altro essere umano, ma è l’ascoltare di un essere umano un altro essere umano che parla con se stesso”.

martedì 20 maggio 2014

Conferenze brasiliane - Franco Basaglia

Il 20 maggio è venuto a trovarci al nostro gruppo di lettura il dott. Alessandro Ricci di Psichiatria Democratica. Con lui abbiamo discusso sulle “Conferenze brasiliane” di Franco Basaglia.

Queste conferenze, che Franco Basaglia tenne a San Paolo, Rio de Janeiro e Belo Horizonte nel 1979, sono la testimonianza di una delle sue ultime occasioni di riflessione pubblica sul significato complessivo dell’impresa della sua vita e ripropongono i temi ancora attuali che avevano portato alle “legge 180”, delle ragioni e dei metodi di chi aveva voluto quella riforma e ne aveva preparato il terreno. Uno spunto per guardare in un’ottica di rinnovamento anche alla psichiatria oggi.

“Il problema invece è che non si sa cosa sia la psichiatria, questo è il problema: che noi dobbiamo ripensare il problema dell’uomo.” Belo Horizonte, 17 novembre 1979

Tra i vari argomenti vi sono il ruolo dello psichiatra come membro attivo nella società e nelle scelte politiche, soprattutto alla luce del fatto che oggi sempre più spesso la psichiatria e la psicologia sono chiamate ad esprimersi su questioni che paiono andare oltre la psicopatologia da libro di testo, più vicine alle questioni legate alle trasformazioni della società e alla crisi economica.

“Noi vogliamo essere psichiatri, ma vogliamo soprattutto essere delle persone impegnate, dei militanti. O meglio, vogliamo trasformare, cambiare il mondo attraverso il nostro specifico, attraverso la miseria dei nostri pazienti che sono parte della miseria del mondo. Quando diciamo no al manicomio, noi diciamo no alla miseria del mondo e ci uniamo a tutte le persone che nel mondo lottano per una situazione di emancipazione.” San Paolo, 19 giugno 1979.

“Dobbiamo essere contro questa società che distrugge la persona e uccide chi non ha i mezzi per difendersi. In un certo senso, viviamo in una società che sembra un manicomio e siamo dentro questo manicomio, internati che lottano per la libertà.” San Paolo, 22 giugno 1979

Alcune delle domande che ci siamo posti: cosa distingue oggi un “caso sociale” da un “caso psichiatrico”? Si può dire che la psichiatria è riuscita nel suo intento di essere parificata alle altre branche della medicina? Se sì, ciò è da considerarsi un successo o un impoverimento? E ancora: qual è oggigiorno il rapporto tra psichiatria e potere? E tra psichiatria e controllo sociale? Di contro, invece, appaiono ormai anacronistici gli aspetti di lotta di classe rievocati nelle Conferenze, che hanno però il valore di riportarci alla cornice storica in cui nasce la riforma basagliana.

“Come la medicina si è edificata su un corpo morto, così la psichiatria si è costruita su una mente morta.” San Paolo, 21 giugno 1979

“Il medico è colui che dà le medicine, ma soprattutto è una persona che può dare un senso alla vita del malato in quanto riesce ad avere una relazione diversa con lui.” San Paolo, 22 giugno 1979

“La medicina deve essere esercitata dal medico come mediatore della relazione tra la società e il malato.” Rio de Janeiro, 29 giugno 1979

Vogliamo invece che la medicina esprima qualcosa che va oltre il corpo, qualcosa che sia espressione del sociale, qualcosa che prenda in considerazione l’organizzazione nella quale viviamo. Io non penso che l’uomo sia fatto esclusivamente di psicologico, o esclusivamente di un corpo biologico. Non credo nemmeno, d’altra parte, che sia fatto solo di sociale. Credo che l’uomo sia il risultato di una integrazione di tutti questi livelli e, prendendo in considerazione tutti questi fattori, noi medici dobbiamo essere allo stesso tempo biologi, psicologi, sociologi. Se non succede questo, saremo sempre dei torturatori dei malati.” Rio de Janeiro, 29 giugno 1979

Abbiamo riflettuto quindi anche sul significato di malattia mentale, se e come è cambiata dall’epoca dei manicomi ad oggi. In questo senso, cosa porta verso la cronicità? Essa è contenuta nella patologia, come “decorso” inevitabile, o è un “artefatto” legato ad un approccio che la favorisce? Ricordando come in manicomio il “domani” della dimissione era un futuro sempre posticipato e di come ancora oggi la malattia mentale evoca prognosi di involuzione e regressione, in che termini si può oggi parlare di guarigione in psichiatria?

“Ma noi medici, che siamo istruiti nelle università per curare le malattie, non sappiamo cos’è la salute, sappiamo solo cos’è la malattia. Ma se vogliamo cambiare veramente le cose dobbiamo incominciare a imparare all’università cosa vuol dire il sociale nella medicina, perché l’uomo non è fatto di corpo – è fatto anche di corpo – ma è fatto di sociale, e nel momento in cui il sociale entra nella medicina il medico non capisce più niente, perché è abituato a pensare che il suo malato sia un corpo malato […].” Belo Horizonte, 21 novembre 1979

E’ qui che si inserisce allora l’importanza del fare. Il dott. Ricci ci ricorda come tutta la rivoluzione in quegli anni era fatta di piccoli gesti quotidiani, che però erano gesti rivoluzionari perché rovesciavano completamente lo schema. Si affermava con forza che la vita materiale è importante, riconducendo la patologia al suo contesto, che è il motivo per cui i nostri Servizi hanno una referenza territoriale. L’idea forte della riforma e di tutta la psichiatria di comunità era che ci fosse il referente territoriale perché i contesti in cui la patologia accade sono rilevanti per farla accadere. E ricollocare la storia in una Storia con la “S” maiuscola è uno dei modi per contrastare la separatezza.

“Allora io propongo l’alternativa seguente: dal pessimismo della ragione all’ottimismo della pratica.” San Paolo, 18 giugno 1979

“La verità sta nella nostra pratica quotidiana, nella rottura dei preconcetti, nel prendere le distanze dal pessimismo della nostra ragione facendoci forza per mettere in atto una pratica ottimista.” San Paolo, 21 giugno 1979

“Io penso invece di essere uno psichiatra perché il mio ruolo è di psichiatra, e attraverso questo ruolo voglio fare la mia battaglia politica. Per me battaglia politica vuol dire battaglia scientifica, perché noi tecnici delle scienze umane dobbiamo edificare una scienza nuova che deve partire dalla ricerca dei bisogni della popolazione.” Belo Horizonte, 17 novembre 1979

mercoledì 7 maggio 2014

Esercitazioni sulla follia. L'approccio dialettico-relazionale in psichiatria. - Graziano Valent

Mercoledì 7 maggio si è tenuto a Verona, presso la libreria "Pagina 12" il terzo ed ultimo incontro degli "Esercizi di Psichiatria Critica". Gli incontri sono stati organizzati da "Associazione inTransito", "Cooperativa Sociale Panta Rei" e "Psichiatria Democratica" come occasione per presentare/discutere tre volumi recenti e con  lo scopo (come espresso nella locandina) di "discutere insieme in modo aperto ed amichevole di quegli aspetti così complessi ma insieme affascinanti che sono la trama del lavoro quotidiano nel campo della salute mentale. La relazione e la presa in carico, il dialogo con la follia, il lavoro di gruppo, la sofferenza e la sua cura, le storie e la Storia."

E’ possibile delineare un modo della cura che sia all'altezza della follia, che per sua natura scardina tutto ciò che è positivo, lineare, logico?
Gli Autori di questo testo, a cura di Graziano Valent, propongono di guardare alle contraddizioni della follia come a figure essenziali dell’umano e di misurarsi nel rapporto terapeutico con chi sfida i confini del senso facendosi guidare dalla dialettica. Dialettica “intesa come teoria del senso, ossia come logica della realtà e insieme del significato”, che nella definizione del filosofo Italo Valent è descritta come “un altro vocabolo greco foriero di grandiosi sviluppi […] dice essenzialmente tre cose: 1) il divincolarsi delle cose l’una dall'altra, l’una contro l’altra, come un dispiegarsi che tutto congiunge e governa; 2) nel vincolo così concepito si realizza tanto l’identità quanto la differenza delle cose; 3) la necessità del divincolante di divincolarsi è tale da impegnare anche se stessa. Tutto ciò chiamiamo anche ‘relazione’.”
Argomenti sui significati della follia e della relazione di cura elaborati in conferenze, lezioni, seminari, conversazioni private. Il pensiero dialettico di Italo Valent si ritrova così in relazione con l’azione rivoluzionaria di Franco Basaglia, in cui l’etica del filosofo e la concreta utopia basagliana si riconoscono nelle sue stesse parole: “Piena realizzazione di un’etica della follia sarebbe il passaggio dalla liberazione dalla follia alla liberazione della follia: cioè il passaggio dalla cura alla condivisione, dalla restrizione e separazione della follia al suo pieno diritto di cittadinanza.”
Prendendo corpo in una pratica territoriale audace e responsabile, l’approccio dialettico-relazionale mostra l’unità di senso-nonsenso, ragione-sragione, identità-differenza, soggetto-oggetto, parte-tutto, e insieme indica un modo di accogliere e curare il folle nel segno della possibilità.

giovedì 10 aprile 2014

Vieri Marzi, Scritti scelti 1968-2001. Psichiatria, Filosofia, Politica - Alessandro Ricci

Giovedì 10 aprile si è tenuto a Verona, presso la libreria "Pagina 12" il secondo incontro degli "Esercizi di Psichiatria Critica". Gli incontri sono stati organizzati da "Associazione inTransito", "Cooperativa Sociale Panta Rei" e "Psichiatria Democratica" come occasione per presentare/discutere tre volumi recenti e con  lo scopo (come espresso nella locandina) di "discutere insieme in modo aperto ed amichevole di quegli aspetti così complessi ma insieme affascinanti che sono la trama del lavoro quotidiano nel campo della salute mentale. La relazione e la presa in carico, il dialogo con la follia, il lavoro di gruppo, la sofferenza e la sua cura, le storie e la Storia."

Questo volume, a cura di Cesare Bondioli, Alessandro Ricci, Maria Pia Teodori, Paolo Tranchina, raccoglie una serie di scritti scelti tra il 1968 e il 2001. Vieri Marzi è stato un protagonista della riforma psichiatrica italiana e tra i fondatori di Psichiatria Democratica, redattore dei Fogli di Informazione e dedicatosi anche alla didattica con l’associazione fiorentina Psicoterapia Concreta, nata nel 1989 come gruppo di ricerca e di lavoro a partire, come si legge nell’introduzione di Alessandro Ricci, “dalla esigenza di provare a risolvere l’insoddisfazione da un lato per le correnti e le teorie psicologiche sulla normalità e la malattia, dall’altro per i livelli di teorizzazione delle pratiche antistituzionali italiane”. A partire dagli insegnamenti della psichiatria antistituzionale, Vieri Marzi si è confrontato con i temi più ardui: il rapporto soggetto-oggetto, la relazione terapeutica, il singolo e il gruppo, il delirio. Da qui, “visto l’oblio, tranne situazioni occasionali, in cui le esperienze italiane di superamento del manicomio e di costruzione dei servizi di salute mentale innovativi sono finite […] la pubblicazione di questi scritti si pone più come un punto di partenza che di arrivo; la speranza cioè non è solo quella di stimolare riflessioni su temi complessi, ma anche di suscitare curiosità, voglia di conoscere più da vicino, da parte degli operatori che oggi sono impegnati nei servizi, una esperienza che è rimasta unica nel panorama internazionale, e che, ancora oggi, anzi, tanto più oggi, ha ancora tantissimo da insegnare.”

“Viviamo come se la nostra mente fosse individuale invece siamo gruppo.” Vieri Marzi

giovedì 27 marzo 2014

Quarant'anni di Fogli d'Informazione. Psichiatria, Psicoterapia, Istituzioni - Paolo Tranchina

Giovedì 27 marzo si è tenuto a Verona, presso la libreria "Pagina 12" il primo incontro degli "Esercizi di Psichiatria Critica". Gli incontri sono stati organizzati da "Associazione inTransito", "Cooperativa Sociale Panta Rei" e "Psichiatria Democratica" come occasione per presentare/discutere tre volumi recenti e con  lo scopo (come espresso nella locandina) di "discutere insieme in modo aperto ed amichevole di quegli aspetti così complessi ma insieme affascinanti che sono la trama del lavoro quotidiano nel campo della salute mentale. La relazione e la presa in carico, il dialogo con la follia, il lavoro di gruppo, la sofferenza e la sua cura, le storie e la Storia."

“La rivista Fogli di Informazione nasce a Milano, all’inizio degli anni 1970, da un doppio incontro, con Franco Basaglia a Londra e Edimburgo – per un servizio televisivo con Mario Mariani sulle esperienze antipsichiatriche inglesi, Ronald Laing, David Cooper, e la comunità terapeutica di Maxwell Jones, in Scozia – e con Agostino Pirella e la sua equipe, all’OP di Gorizia.” racconta Paolo Tranchina nella prima parte del volume “[...] ogni numero era legato anche ad un dibattito […]. Questi dibattiti itineranti hanno avuto molta importanza nel socializzare le conoscenze, verificare le contraddizioni, confrontare pratiche e modelli di intervento, sostenere esperienze isolate, ricoprendo un ruolo di rilievo nella diffusione di Psichiatria Democratica. Numero dopo numero, per 40 anni, i Fogli sono stati strumento di diffusione e pensiero critico del movimento antiistituzionale italiano. […] sono stati insomma […] una specie di network, rete di comunicazione, Internet degli anni ’70-’80. Come tali, il loro ruolo è stato insostituibile per tenere insieme e rafforzare il movimento, scambiare notizie, informazioni, affetti, fare verifiche, progetti, inventare utopie.”
Il volume, a cura di Paolo Tranchina e Maria Pia Teodori, ha lo scopo di fare “il punto della situazione attuale” e ricordare come “i Fogli intendono continuare a coniugare opposti inconciliabili”, guardando quindi al passato per portare ancora avanti rete, scambio, idee, movimento. Tra le pagine si affrontano così i temi salienti della salute mentale e della pratica nei Servizi, ripercorrendo la storia della psichiatria italiana. “Come custodi della nostra memoria, dei nostri tragitti pratico-teorici, i Fogli sono una parte fondamentale della nostra storia a cui tornare, su cui soffermarci, riflettere in profondità per continuare a ripartire.”

giovedì 19 dicembre 2013

Primo, non curare chi è normale. Contro l'invenzione delle malattie - Frances Allen

Per il prossimo incontro si propone di imbastire qualcosa sulla discussa pubblicazione del nuovo DSM. Il titolo proposto è "Primo, non curare chi è normale" un j'accuse/mea culpa scritto da un pulpito d'eccezione: Francis Allen ha diretto la redazione del DSM-IV.

Dalla quarta di copertina:
"Considerato dagli psichiatri di tutto il mondo il testo imprescindibile di riferimento, il DSM (Diagnostic and Statistical Manual), pubblicato dalla American Psychiatric Association e tradotto in decine di lingue, è la fonte primaria che definisce il limite tra ciò che è normale e ciò che è patologico in relazione alla psiche. Passato attraverso quattro edizioni, il manuale è giunto ora alla quinta stesura, il DSM-5, ma questa volta la pubblicazione ha scatenato feroci e allarmanti polemiche. A capo dei critici più agguerriti si trova Allen Frances, l'autore di questo libro, scienziato autorevole e psichiatra tra i più apprezzati, che sa bene di cosa parla, dal momento che proprio lui aveva diretto la redazione del precedente DSM-IV. Secondo la sua analisi, precisa e convincente, la nuova edizione del manuale diagnostico rischia di fare più male che bene. L'impostazione del volume allarga infatti a tal punto lo spettro delle patologie psichiche da lasciare ben poco spazio alla "normalità", che quasi scompare. Siamo tutti malati: un regalo alle industrie degli psicofarmaci e una resa di fronte alla crescente medicalizzazione della società, divenuta sempre meno capace di gestire serenamente fenomeni comuni, che sono sempre esistiti, come il lutto, l'invecchiamento o la naturale vivacità dei giovani. Si moltiplicano invece le diagnosi di patologie per ogni comportamento, perdendo in questo modo la visione pluralista dell'universo psichico e forse condannando in futuro milioni di persone a cure non necessarie."

martedì 12 novembre 2013

Lo psichiatra come cittadino del mondo - Giovanni Stanghellini

"Questa questione, tanto appassionante quanto enigmatica, è forse destinata a rimanere una perenne fonte di disaccordo. Da un lato ci sono coloro che radicalizzano l’idea che gli psichiatri debbano essere visti (o divenire) membri della comunità biomedica, e che debbano quindi ridefinire le loro conoscenze scientifiche (principalmente nel campo delle neuroscienze) e le competenze tecniche. Dall’altro lato ci sono coloro i quali rigettano la precedente opinione ed abbracciano invece la posizione che vede la Psichiatria come una ‘disciplina umanistica’.
Questa controversia, come appare chiaro, è comunque astratta e sterile. Tutti gli psichiatri clinici sono ben consapevoli di quanto entrambi i tipi di conoscenza siano necessari alla pratica (e qualche volta alla sopravvivenza) della psichiatria (3**). Nella realtà dei fatti i percorsi formativi in psichiatria sono più orientati verso il primo tipo di percorso. La crescita delle neuroscienze, anche se non ha prodotto ancora conoscenze rilevanti nel campo delle spiegazioni causali, della classificazione e della diagnosi dei disturbi mentali, ha senza dubbio contribuito alla definizione di trattamenti biologici convenienti in base al rapporto costi-benefici. Un’altra questione molto importante è che la ricerca pubblicata, che rappresenta la seconda maggiore fonte di formazione per gli psichiatri (e la prima come formazione continua in Medicina), di laboratorio piuttosto che clinica, troppo spesso non è collegata al mondo di fuori, in generale, e alla clinica, in particolare (si veda, ad esempio, 4*). Inoltre, gli psichiatri praticanti non partecipano che raramente allo sviluppo della conoscenza psichiatrica, se uno dovesse giudicare dalle pubblicazioni, e il divario tra praticanti e ricercatori sembra così crescere senza controllo. È comune esperienza sentir dire dagli psichiatri praticanti che semplicemente non comprendono, e sono tentati anche di definire irrilevanti (o, almeno, clinicamente irrilevanti), le ricerche pubblicate nelle riviste psichiatriche. Uno sarebbe tentato quindi di unirsi al partito della Psichiatria come Scienza Umana e attaccare polemicamente la fazione della Psichiatria come Neuroscienza. Come il filosofo Martin Heidegger (5) avrebbe affermato circa un secolo fa, in un tempo di stupefacente progresso scientifico come il nostro, la scienza ci può rendere edotti d’ogni sorta di dettagli interessanti sulla natura umana, ma non può risolvere in ogni caso il problema riguardante l’essere umano. Gli psichiatri praticanti conoscono molto bene ciò che, da entrambi i lati, sia i ricercatori psichiatrici che i teorici tendono a dimenticare, e cioè che per attraversare i territori della malattia mentale senza perderci abbiamo bisogno di una conoscenza scientifica dell’umano come di una cultura finemente sintonizzata sull’umano. Abbiamo bisogno di una concezione più ricca della formazione.
[...] Studiare la psichiatria e praticarla è una opportunità unica per sviluppare la propria sensibilità per la complessità e la diversità dell’umana esistenza, la propria capacità di comprendere le altre persone, per divenire tollerante e convivere con esse, e aiutare infine le altre persone a essere tolleranti e coesistere con il diverso – e più in generale per preservare l’apertura di ognuno a ciò che l’altro è, ed essere capaci di immaginare simpateticamente l’altrui esperienza. Portare le Scienze Umane in Psichiatria non è l’affermazione anacronistica di un ideale elitario di istruzione. Gli psichiatri potranno contribuire alla fondazione di cittadinanza se riusciranno a superare del tutto il loro antico mandato sociale: il controllo sociale e la normalizzazione attraverso strategie di riduzione del sintomo. Gli psichiatri potranno così aiutare i cittadini a guardare il mondo attraverso la lente della vulnerabilità umana, a evitare la marginalizzazione e la stigmatizzazione, sviluppando così tolleranza e compassione. Per sviluppare queste virtù, naturalmente, i percorsi formativi basati sull’apprendimento di conoscenze e capacità cliniche potrebbero non essere sufficienti. Coltivare il proprio sé è una forma di completamento nel percorso di apprendimento di parte dei propri strumenti professionali. Questo è il posto che spetta alla formazione umanistica nel curriculum degli psichiatri."
Da Stanghellini G, "Lo psichiatra come cittadino del mondo" in Andersch N, Cutting J, Schizofrenia e malinconia. Implicazioni psicopatologiche e filosofiche. Ed. Fioriti 2013

Qui c'è il testo completo del prof. Stanghellini.

martedì 1 ottobre 2013

Sud e Magia - Ernesto De Martino

Ernesto De Martino  (1908-1965) è stato uno storico delle religioni e antropologo di origine napoletana che, nel secondo dopoguerra, affrontava il problema dei poteri magici, nel senso delle tradizioni popolari e dei modelli di religiosità delle classi subalterne. L’interesse nei confronti della psicologia, della psichiatria e della psicoanalisi, gli ha permesso di addentrarsi all’interno di campi come il folklore la magia o il rituale con una metodologia innovativa e originale. De Martino, per primo in Italia, ha esplorato quegli ambiti che costituiscono il cuore della riflessione etnopsichiatrica : il senso della crisi e la funzione reintegratrice dei miti, il rapporto fra sofferenza e strategie magico-rituali, il modello di efficacia terapeutica nelle tradizioni mediche popolari, il significato dei culti di possessione e dello sciamanesimo, l’esperienza del cordoglio e la sua modulazione popolare al fine di dare un “orizzonte al discorso” (Beneduce, 2007). Particolarmente importante e innovativa è la sua inaugurazione dell'indagine interdisciplinare, che rimarrà come un'acquisizione ed un'esigenza definitiva negli studi etno-antropologici, e che egli adottò soprattutto nello studio del tarantismo pugliese, con l'unione in un'unica èquipe di uno psichiatra, di una psicologa, oltre allo storico delle religioni, a un'antropologa culturale, all'etnomusicologo e al documentarista cinematografico. Poche altre riflessioni di quegli anni possono rivendicare lo stesso rigore e la stessa sensibilità nel misurarsi con il significato esistenziale e storico della crisi e della malattia mentale. 

Pubblicata nel 1959 come seconda parte della trilogia dedicata alla descrizione dei riti magico-religiosi nelle regioni meridionali – Morte e pianto rituale nel mondo antico apparso un anno prima e La terra del rimorso del 1961 – l’opera Sud e Magia propone un’interpretazione della sfera magica che, superando i confini dell’indagine territoriale, esamina le reazioni degli individui di fronte al negativo che irrompe nella storia. La dimensione magica, come del resto la mitologia e la religione, offrono agli uomini un rifugio sicuro ponendosi, come ordine superiore  e metastorico, al riparo dai pericoli prodotti dal divenire storico. Secondo Galimberti (che ha curato la prefazione della più recente edizione Feltrinelli) nell’interpretazione demartiniana la protezione magica assolve ad una duplice funzione: da un lato garantisce un orizzonte rappresentativo stabile capace di assorbire la negatività del negativo e dall’altro relativizza il processo di destorificazione del divenire. In tal modo si delinea un «quadro mitico di forze magiche, di fascinazioni e possessioni, di fatture e di esorcismi, che istituzionalizza la figura di operatori magici specializzati».

Trovate un video su De Martino realizzato da RaiStoria qui.

Bibliografia:
Beneduce R., Etnopsichiatria, Carocci Ed. 2007.
Galimberti U., Prefazione a De Martino, E. Sud e Magia, Feltrinelli 2008.

sabato 11 maggio 2013

Deliri - Antonella Moscati

Ieri è stata ospite presso il nostro Servizio la scrittrice e filosofa Antonella Moscati, in un dialogo con la dott.ssa Faccincani sull'esperienza della psicosi, presentata nel libro "Deliri". Uno dei testi tra le proposte per i nostri incontri.

Trovate il commento della dott.ssa Faccincani qui

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mercoledì 10 aprile 2013

Indagine su un'epidemia - Robert Whitaker

Ieri è stato ospite presso il nostro Servizio il giornalista Robert Whitaker con il suo nuovo libro in uscita "Indagine su un'epidemia - Lo straordinario incremento delle disabilità psichiatriche nell'epoca della diffusione degli psicofarmaci".

Robert Whitaker è un giornalista americano vincitore di numerosi premi come giornalista medico-scientifico. E' stato direttore del Centro per le pubblicazioni della Harvard Medical School. Nel 1998 è stato coautore di una serie di ricerche psichiatriche per il Boston Globe, finaliste nel 1999 al Premio Pulitzer per la stampa sui servizi sanitari.
Nel 2002 ha pubblicato sul USA Today un articolo dal titolo "Mind drugs may hinder recovery". Del 2004 è il suo articolo su Medical Hypotheses intitolato "The case against antipsychotic drugs: a 50-year record of doing more harm than good". Nel 2005 ha pubblicato il lavoro "Anatomy of an Epidemic: Psychiatric Drugs and the Astonishing Rise of Mental Illness in America" su Ethical Human Psychology and Psychiatry.
Con questo suo ultimo libro, che prosegue questa tematica di ricerca, ha vinto il Premio per il miglior giornalismo investigativo nel 2010 negli Stati Uniti.

Il libro di Robert Whitaker è stato evidentemente accolto da giudizi contrastanti, che tuttavia aprono un dibattito importante sui valori e sui fondamenti della nostra disciplina. Come si inseriscono i farmaci in un'ottica di de-istituzionalilzzazione? Qual è il rapporto rischi e benefici di un trattamento psicofarmacologico a lungo termine? Qual è il peso delle industrie farmaceutiche nello sviluppo e nella diffusione di tali trattamenti?
Ma parimenti, con le riflessioni di Whitaker non c'è anche il pericolo di alimentare paure antipsichiatriche prive di fondamento e facilmente strumentalizzabili?

Qui trovate indice e prefazione al libro. Di seguito, il banner per acquistarlo su Amazon.

giovedì 7 febbraio 2013

L'Io diviso - R.D. Laing

La prima opera che abbiamo affrontato è stata "L'Io diviso" di R.D. Laing.

"L'io diviso" è il primo libro di Laing, scritto all'età di 28 anni. 
Quello che viene considerato il padre dell'antipsichiatria vi ha presentato la propria teoria della schizofrenia. Il risultato è un libro conciso e diretto, in alcune parti denso ma sempre interessante e, per la maggior parte, rilevante anche a livello clinico. L'autore prova a riconsiderare la psicosi come una reazione comprensibile a pressioni insostenibili poste sul paziente dalle persone che lo circondano. Prendendo spunto dalla filosofia esistenziale e dalla fenomenologia ha tentato di dimostrare la presenza di un significato anche nella psicosi o, per parafrasare Karl Jaspers, ha tentato di rendere comprensibile ciò che, per definizione, è incomprensibile.

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Apertura blog

Udite udite!
Finalmente abbiamo un vero blog per raccogliere i libri che leggeremo nel nostro sobrio gruppo di lettura.
Foto - la libreria di Freud.